tratti da Pier Paolo Pasolini, "L’odore dell’India", le Fenici Tascabili, Parma, 2000
 
... dietro a lui si fa luce un altro nero, questo, lucido, con la peluria dell’adolescenza: ma se sorride, gli fiammeggia in fondo al viso nero un candore immacolato: un flash, interno, un vento, una vampata, che strappa lo strato nero sullo strato bianco che è il suo interno riso
 
Sono sempre dei giovani mendicanti, o gente che si arrangia, attardandosi nella notte nei luoghi, che, probabilmente, di giorno, sono il centro della loro attività. Ci sogguardano, me e Moravia, lasciandoci perdere: il loro occhio inespressivo non deve vedere in noi niente di promettente. Anzi, quasi si chiudono in se stessi, camminando stancamente, lungo la spalletta marroncina.
 
Agli angoli, manipoli di coolies, divorati dalla tisi, coi denti fuori, una fetida maschera di male tesa sopra la loro faccia bella e dolce.
 
E’ l’incantatore coi suoi cobra, che, come vede avanzare verso di lui un europeo, ci dà sotto: piru-piru-piru con la sua trombetta, e il cobra comincia a dondolarsi dicendo di sì. E’ da lui che hanno imparato a dire di sì gli indiani; e anche a danzare.
   

P.P. Pasolini, Autoritratti

 
 

P.P.Pasolini, Uccellacci Uccellini, 1966

 
P.P. Pasolini, I racconti di Canterbury, 1972
 
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